Uno degli aspetti più controversi della tassazione delle criptovalute in Italia riguarda gli scambi tra crypto-asset, noti come swap crypto-to-crypto. Introdotta con la Legge di Bilancio 2023, la regolamentazione avrebbe dovuto semplificare il trattamento fiscale di queste operazioni, ma nella pratica ha generato ulteriore incertezza.
Durante la sessione live su Instagram, Stefano Capaccioli ha descritto questa disposizione come una delle più ambigue dell'intero quadro normativo.
La legge stabilisce che gli scambi tra crypto-asset non sono fiscalmente rilevanti quando coinvolgono asset "aventi le stesse caratteristiche e funzioni". In questi casi, lo swap non genera plusvalenze imponibili.
Il problema nasce proprio da questa formulazione: la legge non definisce concretamente cosa siano le "stesse caratteristiche e funzioni".
Nel mondo crypto, asset apparentemente simili possono avere funzioni radicalmente diverse. Token di governance, utility token, stablecoin, criptovalute native e wrapped asset condividono alcune caratteristiche tecniche, ma aderiscono a logiche economiche e funzionali diverse.
Secondo Capaccioli, tentare di classificare rigidamente queste differenze è irrealistico. Il risultato è che ogni transazione crypto-to-crypto può potenzialmente diventare soggetta a interpretazione fiscale, esponendo il contribuente a rischi significativi.
Un esempio tipico riguarda lo scambio tra Bitcoin e stablecoin. In teoria, trattandosi di asset con funzioni diverse, lo swap potrebbe generare una plusvalenza imponibile. Tuttavia, nella pratica, molti trader eseguono migliaia di transazioni al mese attraverso trading bot automatizzati.
Capaccioli ha evidenziato l'assurdità di dover considerare ogni singola transazione come un evento imponibile. Gestire le implicazioni fiscali di decine di migliaia di operazioni mensili è, infatti, impraticabile, soprattutto se è richiesta una ricostruzione analitica di ogni transazione.
Una delle questioni centrali è proprio il numero di eventi imponibili. Più la regolamentazione entra nello specifico delle singole transazioni crypto-to-crypto, maggiore è l'onere amministrativo per i contribuenti e i professionisti.
Questo approccio rischia di produrre l'effetto opposto a quello desiderato: invece di incoraggiare la conformità, spinge molti utenti verso la non conformità o soluzioni drastiche, come il trasferimento all'estero.
Secondo Capaccioli, la soluzione non è moltiplicare le regole, ma ridurre drasticamente i casi in cui uno swap attiva la responsabilità fiscale. Limitare la tassazione ai momenti di effettiva conversione in valuta fiat renderebbe il sistema più equo, comprensibile e gestibile.
In assenza di una revisione strutturale, la tassazione degli swap crypto-to-crypto rimarrà uno dei principali punti di attrito tra contribuenti e amministrazione finanziaria.

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